Benessere

Reiki è una pratica seria?

Quando si parla di Reiki, nell’immaginario collettivo, si ha l’immagine di un bizzarro guaritore vestito di bianco, che impone le mani sulla persona ed elimina dal corpo (e dalla mente) acciacchi di vario tipo. Lo stesso guaritore ti parla con voce profonda delle tue vite passate (anche se non ci credi), dei tuoi chakra bloccati (anche non sai che cosa sono) e di come i tuoi sbocchi emozionali ti rivelino i traumi nel tuo albero genealogico e ti mettano di fronte ad antenati di cui neanche sapevi l’esistenza. A volte questo guaritore si mette in contatto (spesso telepatico o medianico) con le sue “guide” e ti offre responsi su cosa dovresti fare della tua vita.

Per farla breve, nell’immaginario collettivo il terapeuta Reiki è spesso visto come quel mago di Segrate interpretato da Diego Abatantuono nel b-movie anni ’80 Gran Hotel Excelsior. Il praticante Reiki di conseguenza abbraccerebbe una disciplina poco seria, strana e a volte considerata pericolosa. In altri casi, se qualcuno ti sente parlare di Reiki, ti mette in allerta gridandoti: “Attento! È contrario alla nostra religione!”.

Almeno questa è l’immagine che moltissime persone si sono fatte di quella che è invece, alla prova dei fatti, una disciplina molto efficace e seria per il benessere personale, ormai quasi centenaria (l’anniversario della sua creazione sarà il 2022 n.d.r.), che è arrivata in occidente negli anni ’40 del secolo scorso.

Fin da subito però Reiki è stato molto reinterpretato soprattutto seguendo le diverse mode orientalistiche che negli anni sono apparse in occidente.

Come di frequente purtroppo accade, l’Occidente si appropria di una disciplina orientale e la rilegge, la reinterpreta, la modifica e la distorce, molto spesso spettacolarizzandola.

L’occidentale annoiato e affamato di novità ama seguire le mode, e soprattutto le mode strane, bizzarre o eccentriche. Ma una volta che si è esaurito l’effetto “wow”, senza nemmeno aver compreso in superficie ciò che sta facendo, l’occidentale passa subito a sperimentare la moda successiva.

Questo è l’Occidentali’s karma, cantato con amara ironia da Francesco Gabbani qualche anno fa e che purtroppo appare un vezzo (o un vizio, dipende dai punti di vista) ancora molto in voga oggi.
Si pensi alle decine, per non dire centinaia di tipi di Yoga che l’occidentale pratica, dallo Yoga acrobatico, allo Yoga della risata per arrivare persino all’incredibile Cyber Yoga!

E così è accaduto per il Reiki, che è nato come una seria ed efficace disciplina giapponese, ed è invece spesso oggi etichettato come pratica strana e confusa; non di rado inoltre Reiki è oggetto di critiche, anche molto aspre, da parte dell’opinione pubblica.

Ma perché tutto questo? Da dove arriva questa cattiva reputazione di Reiki? Lo abbiamo chiesto a uno dei più autorevoli esperti italiani di Reiki, il filosofo e scrittore Federico Scotti, fondatore e direttore del Centro My Reiki di Milano che si occupa dello studio e della diffusione del Reiki nella sua forma originale.

Federico, da dove deriva dunque questa ostilità di molte persone alla pratica del Reiki?

Ha radici molto profonde, risale almeno agli anni ’50 del secolo scorso quando l’americana Hawayo Takata, che ebbe il grande merito di traghettare questa meravigliosa disciplina in occidente, cominciò a modificarne i connotati, forse con l’obiettivo di renderla più appetibile agli americani. Una delle prime cose che fece fu di introdurla all’interno di un contesto religioso, cercando cioè di mischiarla con il puritanesimo americano. Dopo la seconda guerra mondiale, proporre una pratica giapponese in America, era sicuramente una scelta molto rischiosa e un’impresa veramente difficile. I giapponesi non erano infatti in quegli anni molto amati dagli ex nemici a stelle e strisce…

Un’operazione del genere, sicuramente fatta con le migliori intenzioni dalla signora Takata e per amore di Reiki, a mio avviso fu il punto di partenza per un’errata interpretazione della disciplina. Reiki infatti non è una religione, ma solo una disciplina di crescita personale, esattamente come il karaté o il judo. Reiki permette dunque di migliorare il proprio benessere psico-fisico attraverso la pratica quotidiana.
Reiki non si è mai occupato quindi del tuo futuro quando sarai morto (come fanno invece le religioni) né del tuo passato, né tantomeno di metterti in contatto con le anime dei defunti, ma si occupa esclusivamente di offrirti degli strumenti per stare bene ora.

Reiki non è nato come una religione e non è mai stato considerato una religione in Giappone. L’operazione della signora Takata, che ha reso molto sottile il confine tra Reiki e la religione, ha poi portato negli anni, dopo la sua morte, avvenuta nel 1980, ad un ulteriore sincretismo rispetto a concetti e teorie che nulla hanno a che vedere con la disciplina originaria giapponese.

In particolare, in epoca di New Age, tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’90 del secolo scorso, Reiki è stato mischiato con l’induismo e le sue pratiche, oltre che con l’angelologia ebraica e il misticismo esoterico.

Questa operazione ha portato l’opinione pubblica a farsi un’idea distorta del Reiki, a volte confuso con una pratica religiosa e a volte addirittura interpretato come strumento esoterico e magico per ottenere l’eterna giovinezza!

Sono chiaramente delle assurdità che però appaiono plausibili se l’occidentale non conosce la forma originaria e soprattutto lo scopo di Reiki.

Nella sua forma originale Reiki non è nulla di tutto questo, anzi è proprio l’esatto opposto di tutto questo: Reiki è una disciplina di crescita personale molto seria, e per nulla semplice da praticare perché necessita di un grande lavoro che il praticante deve fare su se stesso.

Esattamente come altre discipline giapponesi, come ad esempio il Judo o il Karate, che però hanno avuto un’accoglienza ben diversa in occidente.

Che cosa si può fare secondo te per cambiare questa situazione?

Io penso che i principali responsabili di questa scorretta visione del Reiki siano gli insegnanti stessi di Reiki. Spesso chi insegna Reiki, pur sapendo ormai che questa disciplina non ha nulla a che spartire con le religioni, insiste nell’introdurre concetti religiosi all’interno degli insegnamenti: concetti religiosi come quello del karma o della reincarnazione o degli spiriti guida (Angeli o entità disincarnate) non hanno nulla a che vedere con la pratica del Reiki!

Il risultato è che si accostano a Reiki solo le persone che magari credono in questi concetti religiosi e invece rimangono lontane da questa efficace disciplina le persone che non credono nelle vite passate o nell’aiuto degli Angeli.

Cosa sarebbe successo se gli insegnanti di karaté avessero detto negli anni ai loro allievi che per imparare il karaté dovevano in primo luogo credere nel karma, nella reincarnazione o in entità soprannaturali che li avrebbero aiutati durante la pratica?

Quanti credi potrebbero essere i praticanti occidentali di karaté? Che opinione pensi che si avrebbe di quest’arte marziale oggi?

Il mio auspicio è che gli insegnanti di Reiki si rendano conto che una cosa sono le loro legittime credenze personali e un’altra è la disciplina del Reiki. Portare le proprie credenze personali all’interno della disciplina non è mai una buona idea. È solo un modo di fare una selezione all’ingresso e per confondere le idee delle persone. Avrai quindi sempre lo stesso tipo di pubblico, ossia le persone che la pensano come te. Chi non la pensa come te, nel migliore dei casi eviterà di imparare Reiki, ma nel peggiore comincerà a parlarne male! E questo è un peccato, perché questa disciplina potrebbe davvero aiutare tante persone a migliorare la qualità della loro vita.

Mi auguro che in futuro le cose possano cambiare e che, proprio a partire da questa presa di coscienza da parte degli insegnanti di Reiki, questa meravigliosa pratica per il benessere psico-fisico dell’individuo possa diffondersi molto di più di quanto abbia potuto fare fino ad ora, nonostante insegnamenti spesso poco attinenti alla reale essenza della disciplina.