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2016-2020: cosa è successo alla legge sulla marijuana legale in Italia

Era il 2016 quando la prima legge in Italia a regolamentare la cosiddetta marijuana light entrava in vigore, con maglie strette sì, ma finalmente chiare, dopo lunghissimi anni di proibizionismo in cui nel nostro paese non si è mai realmente potuto parlare di liberalizzazione e legalizzazione delle droghe leggere.

Dopo solamente due anni, ci fu il rischio di una prima battuta d’arresto: alcune affermazioni dell’ex ministro Matteo Salvini avevano fatto temere che questo prodotto tornasse illegale, sebbene fosse dimostrato che il contenuto di THC fosse troppo basso per creare dipendenza fisica, psicologica o altri sintomi di dissociazione. In sostanza chi produce marijuana light, per qualsiasi scopo, avrebbe potuto essere considerato alla stregua di un narcotrafficante o uno spacciatore.

Poi l’ultima batosta, nell’estate del 2020: l’AIFA stava approvando un farmaco per uso compassionevole a base di CBD, che sarebbe stato considerato un farmaco e dunque non si sarebbe più potuto vendere fuori dalle farmacie. Tale farmaco avrebbe modificato radicalmente le condizioni di giovanissimi adolescenti e bambini afflitti da due gravi forme di epilessia resistente a tutte le cure. Lo spray non li avrebbe curati: per le due condizioni in questione non esistono trattamenti risolutivi. Ma avrebbe ridotto enormemente i sintomi più dolorosi, come l’apatia, l’anoressia, i dolori muscolari e ossei, l’ansia e le crisi di clonie.

Nessun produttore si sarebbe voluto mettere di traverso ed impedire l’approvazione della manovra: si trattava di fornire sollievo a malati gravissimi. Quel che è stato contestato è il nuovo rischio che il CBD venisse inserito nelle tabelle delle molecole farmacologiche. Con questa modifica, il farmaco avrebbe potuto essere venduto solo di farmacia (come è giusto che sia), ma con lui sarebbero diventati farmaci anche oli, caramelle, creme per il corpo, tessuti o prodotti da fumo che contengono la stessa molecola nello stesso dosaggio. Si sarebbe trattato del fallimento di un sistema economico che invece funziona perfettamente, dando lavoro a diverse migliaia di persone in Italia, per larga parte sotto i 40 anni (parliamo di una percentuale superiore al 70% del totale degli operatori).

Per il momento la congiunzione di Assocanapa e Federconsumatori ha fatto arrestare il procedimento: i preparati a base di CBD, con contenuto di THC inferiore allo 0,2%, sono ancora legalmente in vendita in growshop ed e-commerce forniti dell’apposita autorizzazione.

La legge del 2016 prescrive che si possa produrre marijuana light per uso industriale, terapeutico, cosmetico, collezionistico, ornamentale: non ricreativo. Il commerciante dovrebbe infatti informare i propri clienti che la legge ancora non parla di uso o scopo a fine ricreativo. Nel 2019 è stata presentata in Senato una proposta di legge che renderebbe più facile sia accedere a farmaci a base di THC e CBD per i malati, sia la coltivazione per uso personale di questa pianta. Ovviamente il Covid ha rallentato tutte le leggi e le normative che non sono di immediato interesse per la risoluzione della pandemia, ma chissà che 10.000 lavoratori e un business da 4 milioni l’anno possano riuscire a smuovere la classe politica.